🇮🇹 Azienda Agricola Gorelli: preparatevi ad un fuoriclasse indiscusso nel Brunello di Montalcino.

Articolo di Titti Casiello su I Vinocratici

🇮🇹

Ieri girovagavo tra i banchi di “Benvenuto Brunello”, manifestazione nota ai più e attesa ogni anno da tutti per conoscere la nuova annata di immessa al commercio del Brunello di Montalcino, quest’anno classe 2015.

Il merito di questo grande successo va tutto al suo protagonista ovviamente, il Sangiovese, che in queste zone, a Montalcino, cambia all’anagrafe con il nome di Brunello.

Diventato D.O.C.G. negli anni 90, il Brunello è sottoposto a rigide regole di produzione, volute fortemente dal Consorzio proprio per tutelare il più grande tesoro di questo territorio e renderlo irripetibile ed inimitabile nel mondo. Affinché possa chiamarsi Brunello, è infatti necessario non solo che la zona di produzione sia nel Comune di Montalcino, ma è indispensabile che affini poi in legno di rovere per almeno due anni, che sia confezionato solo e soltanto in bottiglie di forma bordolese, e che sia immesso sul mercato solo dopo 5 anni dall’anno della vendemmia (6 se parliamo di riserva poi).

Tra i chiostri del complesso di Sant’agostino, luogo vocato alla fiera, mi sono fermata anzitutto dalle mie solite certezze. Tutte Confermate, tranne una.

Non ne capivo più la firma, mi pareva diversa, non dico non buona, ma solo diversa.

Lascio quel banchetto di assaggio col pensiero che nella vita nulla è immutabile. E Continuo i miei giri.

A fine giornata saluto la fiera, con quella strana aurea di interrogativo che mi aveva pervaso per l’intera giornata, e inizio ad incamminarmi e perdermi tra le stradine di questo paesino patrimonio dell’Unesco.

La sete si sa, per noi winelover, non manca mai, e così decido di fermarmi e ristorarmi   in una delle migliori enoteche di Montalcino, che forse chiamarla tale è anche riduttivo, potrebbe rendere l’idea se vi dicessi che è un mondo dei balocchi: tre interi corridoi di brunello, di rosso di Montalcino, di Toscana allo stato puro. Tappa fissa prima di varcare le strade del centro storico di Montalcino, e anche prima di lasciarla, è infatti l’enoteca di Bruno Dalmazio.

 
Lì ci trovo un uomo mentre si apprestava ad una degustazione dei suoi vini. Afferro un calice e inizio ad ascoltarlo, roteo e all’improvviso il profumo che ispiro è il perfetto ricordo di quella firma che avevo perso in fiera.


Ma lui non si chiama come pensavo si chiamasse. Chi è questa “Azienda Agricola Gorelli”? Non la conosco, eppure la firma si: questa firma è esattamente quella che ricordavo e che non avevo trovato in fiera.

Scopro che Giuseppe Gorelli è stato ad un tempo quella firma, era lui, infatti,  il signor “Le Potazzine” azienda agricola di Montalcino che da sempre ha fatto segno nel mio cuore.

Poi per decisioni personali oggi ha deciso di essere “solo” il signor “Gorelli” fondando la sua azienda omonima.

Giuseppe con una formazione all’Istituto Tecnico agrario con specializzazione in Enologia a Siena,  per anni è stato il consulente tecnico del Consorzio di Brunello di Montalcino, oltre che enologo di molte aziende del vicinato territoriale, il tutto sempre mentre dirigeva le aziende familiari le “Due Portine” prima e “Le Potazzine” poi.

Terminate queste esperienze  ha continuato e continua tutt’ora il suo lavoro di consulente per  molte aziende vitivinicole di Montalcino e dintorni.

Ma la voglia di fare vino, il suo vino, e non solo quello degli altri, scorreva nella sue vene, e quando ha iniziato  a pulsare più del suo stesso cuore, ha deciso di prendere in affitto alcune vigne nella zona nord ovest della collina più vocata al sangiovese e così ha dato vita e forma alla sua passione.

Siamo nel 2017 e a 350 metri sopra il livello del mare, quando Giuseppe Gorelli inizia ad allevare le sue vigne, 4 ettari a cordone speronato, di età compresa tra i 20 e i 40 anni.

Ah ecco perché era “fuori gara” al Benvenuto Brunello. Dovremo attendere ancora fino al 2021 per vedere la sua prima annata di Brunello di Montalcino, visto che da Disciplinare può essere messo in commercio solo dopo 5 anni dal tempo della vendemmia.

Mi accontento allora di degustare il suo Rosso di Montalcino 2018, che fa ben presagire quello che sarà il potenziale.

Anzi è il suo stesso rosso 2018, che già assume le vesti di un vero e proprio brunello. Alla cieca difficile distinguerlo secondo me.

L’impatto olfattivo rimanda ad una incredibile finezza ed eleganza nei profumi, ma non sono fiochi anzi imprimono già austerità, ricordano, se l’olfatto in qualche modo può assumere le fattezze del tatto: la consistenza del velluto e poi, ruotando il calice, la scivolosità della seta.

Per quanto giovane io sento già note di incenso e scorza d’ arancia e sottobosco umido e autunnale. Il tutto in un bouquet di pulizia e nitidezza che rende l’esperienza olfattiva sempre più piacevole.

La bocca è viva e tesa, una nota acida conferisce una buona freschezza ma che non manca di quella morbidezza che riempie il palato e si distende, rimanendo in ogni suo anfratto.

Saluto Giuseppe e decidiamo di incontrarci il giorno dopo per una “colazione da campioni” con qualche assaggio direttamente nella sua cantina.

Di buon mattino Giuseppe è già lì ad accoglierci.

L’azienda è a conduzione agricola naturale, molto poco interventista, salvo diradamenti in vigna e in cantina nessun utilizzo di lieviti selezionati, le fermentazioni sono spontanee e senza temperature controllate il mosto fermenta in tini di acciaio, con continui rimontaggi e follature durante la fermentazione tumultuosa, per poi riposare in botti di rovere da 225 hl.  Nessuna filtrazione prima dell’imbottigliamento

Passiamo poi agli assaggi direttamente in botte di quello che sarà Brunello di Montalcino tra qualche anno.

Qui il Sangiovese viene da vecchie vigne “le crete vecchie” con esposizione a sud- est, mentre per il base le uve sono raccolte nelle “Crete nuove” con esposizione nord-ovest.

Le modalità di vinificazione sono però le stesse che vengono seguite per il suo “Rosso di Montalcino” degustato il giorno prima, salvo ovviamente i tempi di affinamento che qui, appunto sono più lunghi per il Brunello.

Dinanzi ai nostri occhi tre grandi botti di legno: due di rovere di Slavonia e una di rovere francese. Giuseppe ci spiega come in questo modo nell’assemblaggio finale la Slavonia sarà in grado di conferire quella complessità e quella struttura che in qualche modo verrà contemperata dall’eleganza e dalla finezza del rovere francese.

Da ogni botte facciamo piccoli assaggi, tutte ci confermano che è  già un  gran Brunello di Montalcino ora: la potenza e il vigore nel sorso sono infatti già  vividi e di impatto  e chissà cosa ne verrà fuori tra qualche anno.

Il finale termina in un piacevole equilibrio tannico che persiste al gusto e richiama un altro sorso per la bella acidità.

Se l’attesa aumenta il desiderio aspettiamo desiderosi l’arrivo del 2021 per degustare appieno il Brunello di Giuseppe Gorelli, ma nel mentre ad allietarci un paio di bottiglie del suo Rosso di Montalcino ci aiuteranno nello scorrere di questo tempo.

Ero arrivata in quel di Montalcino per provare i nuovi Brunello classe 2015, e oggi rientro a casa con la voglia di ritornare già nel 2021 e questa volta già so quale sarà il mio primo banchetto di assaggio.

Ci vuole coraggio nella vita per fare grandi cose, e non esiste età o esperienze pregresse che possano mai bloccare la voglia di fare. E’  solo la passione che move l’amor e le altre stelle …ops no il vino e le altre stelle.

In bocca al lupo Giuseppe!  

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